Shameless

L’indiscreto fascino dell’egoismo

La scrittura delle prime sei stagioni di Shameless è eccelsa: sempre meticolosa nel creare personaggi “grigi” e sfuggenti, che prima si amano, poi disgustano e infine si adorano. Anche l’abile maestria degli scrittori (Abbott? Wells? Di chi sarà il merito di una scrittura così perfetta nell’epoca del “fluid” e del “cloud”?) di porre lo spettatore di fronte a due scelte morali dei personaggi e poi risolvere il tutto con una terza opzione “assurda ma possibile” è davvero una delle peculiarità più interessanti di questa opera. Minimo comun denominatore è l’autodistruzione: ogni personaggio ha un’inclinazione naturale verso l’autodistruzione ma in tutti i personaggi (tranne forse in Fiona Gallagher) il meccanismo non disturba: si rimane interessati al modo in cui il personaggio di turno distruggerà tutto ciò che ha creato e riuscirà a “ricostruirsi”. E’ proprio su questa inclinazione dei personaggi verso l’autodistruzione che vale la pena soffermarsi, perché Shameless è uno dei prodotti che riesce al meglio a focalizzare la follia del capitalismo americano pur non essendo dichiaratamente un prodotto politico. L’autodistruzione attuata dalla famiglia Gallagher è l’azione più vitale che si possa compiere in un mondo in cui “tutto ha un prezzo”, un mondo in cui le liste d’attesa per un trapianto di fegato sono infinite, ma puoi averne uno pagando migliaia di dollari. Un mondo in cui i ricchi “vincono” sui poveri, ma i poveri si divertono di più. Un mondo precario, sempre più simile a quello italiano seppur non ancora completamente uguale. Ma la reazione della famiglia Gallagher a questo mondo non è di opposizione, ma di sfruttamento di qualsiasi opportunità o breccia fornita dal sistema. I Gallagher ignorano qualsiasi tipo di moralismo, concentrandosi sulla loro lotta per la sopravvivenza e seguendo una loro personale morale.
Nonostante il mondo sia un posto schifoso, orrendo, cinico, meccanico e senza pietà, i personaggi della serie ci vivono benissimo dentro, cadendo, rialzandosi, accettandolo per quello che è, e soprattutto godendosi la vita come vogliono loro.

Come nella migliore tradizione punk, pur non avendo coscienza di essere punk, tutti i personaggi di Shameless se ne fregano completamente del futuro. Il futuro non esiste, e loro lo sanno bene. E allora si divertono senza pensare alle conseguenze del domani. Shameless mette a fuoco questa condizione dell’uomo moderno. Una condizione in cui il divertimento (inteso come divergere dalla normalità) è l’unico vero scopo di ogni individuo.
E’ interessante constatare come le vicende diventino meno coinvolgenti quando i personaggi, da selvaggi, mirino alla stabilità prendendo coscienza del mondo in cui vivono: quando smettono di occuparsi delle loro dipendenze patologiche, dello “sbarcare il lunario” nei modi più assurdi e si iniziano ad affrontare temi universali come l’identità di genere o la fama da social, Shameless ritrova la connessione con il mondo, ed inizia ad annoiare, trasformando i suoi protagonisti in persone scialbe che credono nel cambiamento, dimostrando quanto noiosa possa essere la vita per coloro che mirano alla mediocrità, e facendo rimpiangere i bei vecchi tempi in cui quei personaggi ci mostravano inconsapevolmente il brutto mondo in cui viviamo e i molteplici modi per non farsi affossare da esso.